Tema/i | guerra : La mia verità, primo articolo di Giuliana sul Manifesto
  06-03-2005 17:08
Autore : Giuliana Sgrena
: http://www.ilmanifesto.it
 
 
  «La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione.  
     
  LA MIA VERITA'
«La nostra auto andava piano, gli americani hanno sparato senza motivo, Calipari è morto fra le mie braccia». Giuliana Sgrena torna in Italia e racconta il suo rapimento e la sua sanguinosa liberazione. Gli Usa insistono: solo un incidente. Ma la versione americana è smentita dai testimoni Il governo italiano tace, solo Ciampi insiste: «Mi aspetto spiegazioni».
I pm indagano per omicidio volontario

di Giuliana Sgrena
Sto ancora nel buio. E' stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l'importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti».

Avevo imparato a capire che aria tirava dall'atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia. Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando».

A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti - mi hanno detto - stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così.

Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell'altra. Mi sono cambiata d'abito. Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità.

Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C'era l'autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati. «Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare...tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po' in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così.

Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato...che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un' altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».

Mi ha fatto togliere la "benda" di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo "Nicola". Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo.

La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio. Sbandare in una strada colma d' acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L' autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l' aereoporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto... quando.... Io ricordo solo il fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima.

L'autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, "siamo italiani, siamo italiani....", Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l'ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i miei rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta "perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni".
Allora, quando me l'avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità. Il resto non lo posso ancora raccontare.

Questo è stato il più drammatico. Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. "Chiedi aiuto a tuo marito", dicevano. E l'ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La mia vita è cambiata. Me lo raccontava l'ingegnere iracheno Ra'ad Ali Abdulaziz di "Un Ponte per" rapito con e due Simone, "la mia vita non è più la stessa", mi diceva. Non capivo. Ora so quello che volesse dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta.

Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: "Ma come, rapite me che sono contro la guerra?" E quel punto loro aprivano un dialogo feroce. "Sì, perché tu vuoi parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura". Io ribattevo, quasi a provocarli: "E' facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani? ". Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loto interlocutore "politico" non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.

E' stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l'Italia non avesse ritirato le truppe. Ero terrorizzata. Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevano diffidare da quei proclami, erano dei "provocatori". Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l'altro , un aspetto da soldato: "Dimmi la verità, mi volete uccidere". Eppure,molte volte, c'erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. "Vieni a vedere un film in tv", mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva.

I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano. Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alle 5 per pregare, mi ha fatto le sue "congratulazioni" incredibilmente stringendomi fortemente la mano - non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo "se ti comporti bene parti subito". Poi un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta "Liberate Giuliana" sulla sua maglietta.

Ho vissuto in un enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell'alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. "Noi non vogliamo più nessuno", mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi. E quella mattina già i profughi o qualche loro "leader" non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la societa' irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: "Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?". L'effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso. A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l'Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.

Ora mi chiedo. E' un fallimento questo loro rifiuto?


Giuliana Sgrena
il Manifesto 06 Marzo 2005
 
     
   
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  controinformazione radicale 2005-03-07 21:48  
La resa ai dittatori chiamata "pace"

• da Corriere della Sera del 7 marzo 2005, pag. 1, 10

di Marco Pannella

Nicola Calipari è caduto, è morto perché ha fatto parte, fa parte, dell’Italia-che-resta, dell’Italia-che-va, non di quella che chiama “pace” il “non-andare” nella Cambogia di Pol Pot e perfino il “venir-via”, ora, dall’Irak che ci chiede di restare; invece, questa Italia “de sinistra” va, ma solo in pellegrinaggio, ovunque, da sempre, che fosse nell’impero comunista sovietico o nella Cina che stermina con altre popolazioni intere ancora oggi i propri contadini, come altrove fu con le popolazioni del Volga-Don. Una “Italia” -questa- antropologicamente, ormai o ancora, antiamericana e antiliberale, e che non declina mai, né come soggetto né come oggetto, né a Venezia né altrove, la parola “libertà”.

Nicola Calipari fa parte ideale e tragica dei novecentomila irakeni assassinati da Saddam, lasciato in pace, assoluta, ad assolvere le funzioni di macellaio del suo popolo e dell’umanità; lasciato in pace perché dittatore, antidemocratico, antiliberale, come spesso accade dove la società è retta in tal modo, mentre ci si scatena, a lungo, ferocemente, contro i “crimini” del Messico o della Turchia, e ovunque, se vi sia in atto un processo democratico, e “occidentale”.

Nicola Calipari è caduto, è morto, come soldato (e non come assoldato) della pace e della libertà; in obbedienza ai deliberati e agli appelli dell’ONU e dell’Irak, degli irakeni, e innanzitutto della sua coscienza di cittadino e di “servitore” dello Stato italiano. Onora noi tutti, tranne coloro che continuano a considerare l’assassinio e il terrorismo contro le donne e gli uomini d’Irak un’arma doverosa e esclusiva, ideologica e quotidiana; e che considerano costoro come “resistenti”, come “patrioti”, come “vittime” degli “americani” e degli “italiani”, dei “britannici”, con sciagurata fedeltà ideologica ad una storia per tanti versi infame che si dichiara -nel contesto- superata, ma non certo ripudiata.

Nicola Calipari, ha lui dato corpo e anima alla nonviolenza; non altri che la “scoprono” ora, e che insultano la verità storica, continuando nel miserrimo gioco di distinguere (e contrapporre) il “popolo” americano da colui che quel popolo ha eletto a governarlo e rappresentarlo, o di cui approva, con una amplissima maggioranza democratica, l’operato. Costoro rispettano i “silenzi” “cambogiani”, “irakeni”, e disprezzano le voci “americane”, “democratiche”, italiane; e comunque ignorando le loro ragioni, per meglio colpirli per i loro errori o torti, veri o presunti che siano.

Infine, se non fosse stato tacitato per sempre, dubito che Nicola Calipari avrebbe mai ringraziato i suoi potenziali e poi veri assassini per averlo “solamente” ferito, fisicamente o moralmente, e magari -poi- curato gentilmente.

Quando, come radicali, abbiamo tentato di contrapporre alla “necessità” di una fase bellica, la scelta di liberare l’Irak (“Irak libero!”), di por fine allo sterminio delle popolazioni irakene con la sola arma della democrazia e della diplomazia, della scelta di un’immediata attivazione di un progetto -garantito dall’ONU- di transizione verso la democrazia in Irak, assicurando a Saddam la convenienza della scelta dell’esilio (progetto fatto proprio dalla maggioranza assoluta dei parlamentari italiani, di centro-destra e di centro-sinistra), costoro nemmeno mostrarono di accorgersene. Lottavano solo contro Bush; quel “resto” dava solo fastidio.

Così, Governo, Opposizione, “masse” e “girotondini”, “pacifisti” e “rivoluzionari”, mobilitatisi in tutto il mondo, indussero Saddam a restare a Baghdad, facendolo ritenere vittorioso -non solo moralmente- agli occhi del mondo, e suoi propri.

Il Governo e l’Opposizione facciano pur commentare ora, come sempre, dalla Terza Camera presieduta da Bruno Vespa, o dalla Commissione Bipolare di Giovanni Floris, a Fausto Bertinotti, Clemente Mastella, Prodi e Berlusconi (se accettano), o ad altri loro habitués, la vita e la tragica morte di Nicola Calipari, il liberatore di Stato, cui la vittima del sequestro deve principalmente la libertà e la vita. Silenziati e non silenziosi; vietati e non vieti, impediti a concorrere legalmente al loro gioco democratico, siamo e vogliamo essere “irakeni”, vogliamo condividerne le sorti nella prospettiva della “comunità delle democrazie” che stiamo contribuendo a costruire.

Ammettiamo pure che questo sia il grido che emettiamo dalla nostra Resistenza antiregime, antipartitocratica, antibipolare, antifondamentalista, anticlerico-autoritaria, anticlerico-fascista, anticlerico-comunista. Mi emoziona e mi consola di pensarlo, come una eco di un articolo che il comunista “Paese sera” mi pubblicò nel 1959 come editoriale, in cui già allora proponevo (come vorrei poter fare ancor oggi, con la durezza di questo intervento) alla sinistra democratica e liberale da una parte, e dall’altra, a quella comunista e di sinistra socialista, quanto -con un ritardo di mezzo secolo- sembra costituire l’essenziale di gran parte della classe dirigente dei DS e della Sinistra e Centro-sinistra europei. E che rischia di essere travolto, in queste settimane, sia che si tratti di politica internazionale o di difesa referendaria dei diritti umani in Italia, anche da “alte” parti dell’Unione di centro-sinistra.

So che quanto ho scritto, che è sicuramente anche un grido, farà a loro volta gridare, di sdegno e di furia eliminatoria, molti. Ma proprio questo, credo, sia il miglior modo di onorare la vita e la morte del poliziotto italiano (figlio di quelli intravisti e celebrati a Valle Giulia da Pier Paolo Pasolini), di Nicola Calipari, con il suo quanto eloquente, gridato nei fatti, itinerario Reggio Calabria, Genova, Roma, Baghdad.

Non andrò stamani, a salutare, con “tutti”, Nicola Calipari. Non solo perché aborro queste celebrazioni ufficiali dove pullulano “autorità” che non di rado considero come usuali celebranti, se non autori, delle sciagure nazionali, sulle quali poi e solennemente piangono.

L’ultima volta che vi partecipai fu nel 1979 (proprio a Santa Maria degli Angeli), ai funerali del Comandante Generale dei Carabinieri Mino, assassinato dal para-Stato, da assassini ancor oggi protetti dallo Stato, per tentare anche in quel modo di lottare da radicale per un po’ di verità, in un regime fatto di morte della legalità e di assassini della Giustizia e della vita civile.

Ma questa volta non tornerò alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, come pur feci per la celebrazione in onore del generale Mino. Quel giorno, nella folla, mi scorse un altro amico, il Colonnello dell’Arma Antonio Varisco, che accorse indicandomi perché la gente, vicina e stupita, lo udisse: “Lui gli voleva davvero bene, e Mino gliene voleva ancora di più, forse. Grazie, Marco!”. Poco dopo, Antonio Varisco fu assassinato anche lui, ma da terroristi o assassini o “resistenti” italiani, per conto delle “Brigate Rosse”. Non andrò, anche se questa volta “lo Stato” non è complice ma difensore del “suo” Nicola Calipari.

Noi lo saluteremo e onoreremo, martedì a Strasburgo, nella sessione plenaria del Parlamento Europeo, quale testimone di un’altra Europa e un’altra Italia da quelle che chiedono di ritirarci oggi dall’Irak, come ieri di non andarci, per lasciarlo ai Saddam ed ai loro eredi.
Zapatero