Tema/i | migrazioni / antirazzismo / NoBorder | repressione : Gli stranieri: un secolo al servizio dell'economia svizzera
  30-03-2004 11:41
Autore : da lecourrier.ch, trad. elfo&karma
: http://www.lecourrier.ch/modules.php?op=modload&name=NewsPaper&file=article&sid=3774
 
 
  Apparso su LeCourrier di venerdì 26 Marzo 2004
di Virginie Poyetton.

Svizzera - STORIA - nel corso del secolo scorso, un filo rosso ha guidato e continua a guidare la politica d'immigrazione svizzera: i bisogni dell'economia di manodopera a basso costo.

"La salvaguardia dei principi vitali economici ed ecologici, il mantenimento della pace sociale e della nostra identità nazionale [...] così come l'integrazione della Svizzera nel futuro spazio europeo sono le premesse della futura politica riguardante degli stranieri e dei rifugiati." Queste linee guida prese dal rapporto del Consiglio Federale del 1991 sul modello dei tre cerchi, sottolineano le priorità che, fino ai nostri giorni, condizionano la politica d'immigrazione svizzera: lo sviluppo dell'economia svizzera e del mantenimento de "l'identità nazionale".
 
     
  NATURALIZZAZIONI

Prima di diventare un paese d'immigrazione, la Svizzera é stata per lungo tempo un paese di emigrazione. Non é che a partire dal 1860 che il saldo migratorio della Svizzera diventa positivo. All'epoca la politica d'immigrazione era di competenza di Cantoni e Comuni. Questa prima fase dell'immigrazione svizzera, che durerà fino alla Prima Guerra mondiale, si caratterizza per l'idea che, per far diminuire il numero di stranieri, bisognava dare loro la nazionalità elvetica. Quest'attitudine così aperta verso la naturalizzazione si spiega più per un cruccio di assimilazione che non per ricompensare un'integrazione riuscita.

La Prima Guerra mondiale segna una svolta verso una politica d'immigrazione protezionista. I primi segnali di una politica difensiva nei confronti degli stranieri risalgono a quest'epoca. Nel 1917, quando il Consiglio federale é in possesso di pieni poteri [ndt. a causa della guerra], una legge eccezionale permette la creazione della Polizia degli stranieri. Nel 1924 il Consiglio federale pubblica il suo messaggio sulla Legge sul soggiorno e sull'insediamento degli stranieri che va nella direzione di una protezione contro "la sovrappopolazione straniera". "Non ci sarà niente da obiettare all'afflusso di stranieri, ma alla sola condizione che questi ultimi non pensino di restare", conclude il messaggio.
Sette anni più tardi la legge é stilata ed entra in vigore nel 1934. Questa legge regge ancora oggi il diritto degli stranieri in Svizzera. Parallelamente la legge evolve verso una restrizione sempre piu' acuta delle condizioni di naturalizzazione. Il periodo di residenza obbligatoria passa, dal 1917 al 1952, da due a dodici anni. Durante la Seconda Guerra mondiale la Svizzera chiude le frontiere. La proporzione di stranieri in Svizzera cade allora al 5%, due volte meno che nel 1920. Dal 1942, il Consiglio federale aveva fissato la quota massima di naturalizzazioni degli ebrei a dodici persone all'anno.


LA SVIZZERA DELLE QUOTE

All'indomani della Seconda Guerra mondiale, la Svizzera é confrontata con una forte penuria di manodopera. Con l'accordo di reclutamento firmato tra Svizzera e Italia nel 1948, si apre un periodo di forte immigrazione. Ma la metà dei lavoratori che entra in Svizzera sono stagionali autorizzati a dimorare su suolo elvetico per 9 mesi. In conformità con la legge del 1931, il carattere principale di questa migrazione é il suo aspetto temporaneo. Nel 1963, confrontate con un surriscaldamento dell'economia e con l'aumento costante dell'immigrazione, le autorità decretano un arresto federale limitante la presenza di lavoratori stranieri al 2% per ogni impresa, poi al 3%. Ma la misura non funziona e la popolazione straniera continua ad aumentare. Dal 1963 al 1968 passa dal 13% al 16%. Nel 1964, il Consiglio federale promulga l'Ordinanza contro l'ammissione di emigrati da paesi lontani, che é uno dei primi testi legali che distingue gli stranieri a seconda della loro origine e discrimina i non-europei nell'ottenimento di un permesso. E' in questo periodo, nel 1968, che la prima iniziativa xenofoba fa la sua apparizione, richiedendo la diminuzione del numero di stranieri residenti in Svizzera al 10%. Il testo sarà ritirato, ma quattro anni più tardi, l'iniziativa "Schwarzenbach" riprende la limitazione a 10%. Tre mesi prima del voto popolare nel marzo del 1970, il Consiglio federale, temendo il successo dell'iniziativa, impone un tetto massimo annuale a livello svizzero. L'iniziativa "Schwarzenbach" é rifiutata dal 54% dei votanti.


I TRE CERCHI

Questa iniziativa segna una svolta nella politica d'immigrazione svizzera. Quest'ultima sarà ormai ufficialmente basata sulla domanda di manodopera a basso costo e abbondante da parte delle imprese. Nel novembre del 1972, la terza iniziativa xenofoba "contro la contaminazione straniera e il sovrappopolamento della Svizzera" é depositata. Essa propone di ridurre il numero di stranieri residenti. Sarà rifiutata dai due terzi dei votanti. Tre anni più tardi la crisi petrolifera tocca la Svizzera con un certo ritardo. Grazie alla sua legislazione restrittiva sul soggiorno degli stranieri, le autorità politiche possono usare i lavoratori stranieri come ammortizzatori congiunturali. Gran parte di loro possiedono un permesso annuale che non sarà rinnovato. Agli inizi degli anni '80 un'iniziativa per abolire lo statuto di stagionale fallisce. La politica delle quote viene mantenuta fino ad oggi. A partire dal 1986 assistiamo ad un nuovo rialzo della popolazione straniera. Nel 1991 il Consiglio federale adotta la politica dei tre cerchi (Europa; Canada/Stati Uniti/Euorpa dell'Est; resto del mondo). Questo concetto si basa sul principio che non é solo il numero di immigrati a creare la paura della sovrappopolazione straniera, ma anche la "differenza culturale". Questo modello dei tre cerchi sarà abbandonato nel 1998 per essere rimpiazzato da un sistema binario (UE/Canada/Stati Uniti; resto del mondo) destinato a facilitare un avvicinamento all'UE. Gli accordi di libera circolazione firmati nel 2002 con l'UE marcano una tappa decisiva verso questo avvicinamento. Questi accordi implicano che ufficialmente solo la manodopera europea risponderà oramai ai bisogni dell'economia. La nuova legge sugli stranieri propone di iscrivere questo principio nella Costituzione.


COMMENTO

Gli immigrati, garanti della pace sociale
di Virginie Poyetton

Da circa un secolo, le autorità politiche gridano al naufragio del vascello elvetico. Già nel 1917 il governo intendeva lottare contro "la sovrappopolazione straniera". Dapprima per preservarsi da un'invasione creduta massiccia, in seguito per non alterare o diluire l'"identità svizzera". Creata nel 1917, mentre la guerra conferiva dei poteri eccezionali al Consiglio federale, la polizia degli stranieri - diventata oggi IMES (Ufficio federale dell'immigrazione, dell'integrazione e dell'emigrazione) - possiede un vero potere arbitrario sulla delibera delle autorizzazioni di soggiorno. Dal canto suo, il discorso sui rischi di un arrivo in massa e incontrollabile di stranieri si é ripartito in tutti i settori dell'amministrazione federale. Questa visione della politica d'immigrazione non si é evoluta. Poi, nel 1963-64, per la prima volta, il Consiglio federale analizza il rischio di sovrappopolazione straniera, non più come un problema quantitativo, ma qualitativo. Questo discorso discriminatorio e xenofobo, che prevale ancora oggi, mira a sostenere la politica ufficiale orientata verso l'apertura all'Europa. Tuttavia mal nasconde il ruolo essenziale che giocano gli stranieri nel mantenimento della pace sociale in Svizzera.
In effetti la politica portata avanti dalle autorità in materia di diritto degli stranieri sposa i bisogni di manodopera flessibile delle imprese svizzere. Se la congiuntura é alta, gli stranieri sono i benvenuti, se l'economia ristagna, non si rinnovano i permessi. Indirettamente lo straniero é così garante della pace sociale. La valvola di sicurezza che viene attivata in tempo di crisi. Per evitare la disoccupazione di massa e il malcontento della manodopera indigena, le autorità politiche precarizzano gli statuti. Quarant'anni fa, il modo di sfruttamento prendeva la forma del permesso stagionale. Quest'ultimo é stato abolito, ma la nuova legislazione vuole reintrodurlo sottoforma di un permesso di corta durata. Parallelamente, la non-concessione di permessi ha creato uno statuto speciale, quello di sans-papiers. Esclusi dalla possibilità di soggiorno a causa delle loro origini extra-europee, i lavoratori senza statuto legale partecipano allo sviluppo dell'economia svizzera con la complicità del governo. In maggioranza accantonati nell'economia domestica, i sans-papiers permettono al governo di non legiferare in alcuni settori sociali. Oltretutto gli stranieri sono anche i capri espiatori delle nostre crisi nazionali: abitazione, violenza, droga, ecc.
Sul piano culturale il rifiuto dello straniero é una risposta all'assenza di riferimenti d'identità nazionale. Una propaganda dolce distillata dalle autorità politiche e dall'amministrazione federale per creare un fermento unificatore in una Svizzera che rischierebbe di esplodere. Costruita attorno ad un "Sono svizzero perché non sono straniero", la nostra identità si definisce troppo spesso per la negazione, per l'esclusione dell'altro piuttosto che per la sua integrazione.

 
     
   
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