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> > Introduzione
Rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, Ocalan affronta a partire dal 31 maggio un processo che potrebbe concludersi con la sua condanna a morte, pena ancora prevista in Turchia. Ma chi è Abdullah Ocalan? Nato a Omerli da una famiglia di contadini nella provincia turca di Sanliurfa, al confine con la Siria, Ocalan ha studiato scienze politiche ad Ankara. Nel 1972 viene condannato a sette mesi di carcere per "attività curde". Nel 1978 è tra i fondatori del Partiya Karkari Kurdistan (PKK), il partito curdo dei lavoratori. Secondo alcune fonti i primi guerriglieri del PKK hanno la loro base di addestramento in Siria, secondo altre in Libano. Di sicuro il PKK cresce di dimensioni e raggiunge presto alcune centinaia di unità. Nel 1984 si sente abbastanza forte da attaccare due caserme nella Turchia meridionale orientale. Secondo la CIA, oggi il PKK dispone di 15.000 effettivi e può contare su circa altri 75.000 potenziali guerriglieri, persone pronte a lasciare il proprio lavoro per unirsi alla guerriglia quando necessario. A partire dalla guerra del Golfo, a causa dei bombardamenti degli aerei americani, l'esercito iracheno ha dovuto abbandonare nel nord dell'Iraq una grande quantità di armi anche sofisticate, spesso cadute nelle mani del PKK che ha provveduto a metterle al sicuro fra le montagne irachene. Né il PKK, né l'esercito turco risparmiano azioni violente. Dal 1984 i loro combattimenti e gli attacchi di entrambe le parti hanno provocato circa 20.000 morti. L'esercito turco fa stazionare nella regione meridionale orientale della Turchia oltre 300.000 soldati e agenti di polizia che fanno fronte al PKK. Questo spiegamento di forze costa al governo turco circa 15 mila miliardi l'anno, oltre il 20% della somma destinata alla legge annuale finanziaria turca. A partire dal 1993 (e sicuramente nel 1995 e ancora quest'anno) le truppe turche hanno invaso il nord dell'Iraq per attaccare postazioni e campi del PKK. Ogni volta l'esercito turco asserisce di aver annientato la capacità militare del PKK, ma ogni volta viene smentito dai fatti. Le manifestazioni del PKK e di solidarietà ad Ocalan si sono ripetute sia all'interno della Turchia, sia nelle maggiori capitali europee: l'Aja, Atene, Bruxelles, Hannover, Londra, Mosca, Roma. Anche dopo l'arresto di Ocalan, in aprile i membri del PKK l'hanno votato nuovamente come loro leader, anche se si parla di suo fratello Osman Ocalan come possibile successore alla guida dell'organizzazione. Il nodo cruciale è se all'interno del PKK prevarranno le posizioni radicali di chi si affida soprattutto alla lotta armata, oppure continuerà la spinta evidenziata recentemente proprio da Abdullah Ocalan per la ricerca di una soluzione politica della questione curda.
> > Breve cronologia
VII secolo d. C.: prime documentazioni storiche sui curdi; vari popoli dell'altopiano iranico aderiranno alla confessione islamica sunnita, mantenendo la propria autonomia
XIII secolo: i diari di viaggiatori europei identificano il Kurdistan con l'area montagnosa compresa fra Persia, Asia minore e Siria.
1514-1536: varie popolazioni curde vengono incluse nell'Impero Ottomano, altre sono sotto l'influenza persiana; la nazione curda riesce a mantenere una propria forma di autogoverno.
XVIII secolo: la principessa Khanzad, medico, guida una rivolta curda contro l'Impero Ottomano
1832-1847: le popolazioni del Kurdistan governate dall'Impero Ottomano si ribellano: l'Impero applica deportazioni di massa e impone governatori ottomani al posto dei capi locali.
1877-1878: guerra russo-ottomana: truppe russe invadono l'Asia minore e occupano parte del Kurdistan (il Congresso di Berlino intima il ritiro delle truppe russe)
1893-1895: l'Impero Ottomano reprime la ribellione della popolazione armena, in maggioranza di religione cristiana; molti armeni vengono uccisi dall'Impero Ottomano con la collaborazione dei curdi, in gran parte musulmani.
1920: trattato di Sèvres che fa seguito al crollo dell'Impero Ottomano e alla prima guerra mondiale; i paesi vincitori della guerra stipulano la pace con la Turchia includendo nel trattato uno Stato autonomo curdo.
1923: Kemal Ataturk (1881-1938) viene eletto presidente della Turchia, dopo aver deposto il sultano Maometto VI. Guida un movimento fortemente nazionalista che proclama la repubblica. Viene proibito l'uso della lingua curda. Il trattato di Losanna nega quanto sottoscritto a Sèvres: il Kurdistan (precedentemente diviso in ottomano e persiano) viene smembrato all'interno dei confini di Turchia, Iraq, Siria e Iraq. Kadem Kher guida la rivolta delle donne contro lo scià di Persia.
1925: Shaikh Said guida la prima importante ribellione curda in Turchia. Il governo
> > Miti, stereotipi, paradossi
Etnia, stato, nazione Alla radice di molti conflitti interni agli Stati moderni vi è l'idea stessa di Stato-nazione, usata abitualmente per descrivere Stati di cui si presume un'omogeneità nazionale. Nel suo articolo "Nation-Building or Nation-Destroying" (World Politics 24, 1972) W. Connor osserva che meno del 10% degli stati attuali è etnicamente omogeneo (percentuale salita di poco dopo il 1989) e che sono quindi una rarità gli Stati i cui confini coincidono con le patrie di gruppi culturali. Nessuno degli Stati dell'Europa occidentale di medie dimensioni sia di recente, sia di antica costituzione corrisponde a questo modello. Se l'obiettivo di una "statualità nazionale" è spesso irrealizzabile, va evidenziata l'ambiguità del concetto di Stato-nazione e la necessità di costruire forme di dialogo e adeguata rappresentanza democratica all'interno di entità eterogenee.
Nato, USA e UE contro la pulizia etnica Vi sono paralleli e paradossi fra la repressione ai danni dei curdi in Turchia e degli albanesi in Kosovo. Ci ricorda Noam Chomsky: "Esiste, quanto meno, una divaricazione, se non una diretta contraddizione, tra le regole dell'ordinamento mondiale stabilite dalla Carta dell'Onu e i diritti specificati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La Carta bandisce l'uso della forza in violazione della sovranità degli Stati, mentre la Dichiarazione garantisce i diritti degli individui contro gli Stati che li opprimono. L'argomento dell' 'intervento umanitario', usato per giustificare l'intervento Usa-Nato nel Kosovo, prende le mosse da questa divaricazione". Se è discutibile la legalità dell'intervento in Kosovo, non è meno discutibile la valutazione morale, in particolare nel caso della repressione turca (membro Nato) ai danni dei curdi: "In base a valutazioni molto prudenti, la repressione dei curdi in Turchia è di dimensioni paragonabili alle violenze perpetrate nel Kosovo. Il loro punto culminante risale ai primi anni '90. Un'indicazione della portata di questa repressione è data dall'esodo di oltre un milione di curdi, fuggiti dalle campagne per cercare scampo a Diyarbakir, capitale ufficiosa del Kurdistan, tra il 1990 e il 1994, quando l'esercito turco devastava i villaggi".
Le armi in campo - USA e UE per i diritti umani Secondo il giornalista Jonathan Randal, inviato fra le popolazioni curde in Turchia: "Il 1994 fu l'anno della più feroce repressione nelle province curde della Turchia". E fu anche l'anno in cui la Turchia "era passata al primo posto tra i paesi importatori di forniture militari americane, divenendo così anche il primo paese importatore d'armi del mondo". Commenta Noam Chomsky: "Quando le associazioni di difesa dei diritti umani denunciarono l'uso da parte dei turchi di jet statunitensi per bombardare i villaggi, l'amministrazione Clinton trovò il modo di eludere le leggi che imponevano la sospensione di forniture belliche alla Turchia".
L'Italia non è da meno: nonostante la legge 185/90 (art. 1 comma 6) impedisca l'esportazione di armi verso paesi in stato di conflitto armato o i cui governi siano responsabili di accertate violazioni dei diritti dell'uomo, secondo l'ultima relazione del Presidente del Consiglio in merito, le aziende italiane hanno esportato in Turchia nel 1997 armi per un valore di 86,5 miliardi di lire, facendo della Turchia il sesto paese di destinazione dell'export bellico italiano.
Perseguitati, guerriglieri, terroristi La Turchia spiega le violenze perpetrate ai danni delle popolazioni curde adducendo la necessità di difendere il proprio paese dalla minaccia di guerriglieri terroristi. Esattamente come il governo della Federazione Jugoslavia in merito alla repressione nel Kosovo. Il movimento armato di autodifesa o di liberazione da parte della minoranza curda o albanese viene identificato dal governo centrale come gruppo terrorista, fornendo un ulteriore alibi per pratiche di tortura e persecuzione della popolazione civile. Secondo Amnesty international, nel 1998 "membri armati del PKK si sono resi responsabili di almeno dieci omicidi". Amnesty International denuncia anche che in Turchia, grazie alle procedure di dentenzione per le persone incarcerate in base alla legge antiterrorismo (che si applica anche a reati non violenti), nelle province in stato di emergenza, il fermo di polizia è di dieci giorni (in passato arrivava a trenta) e può prevedere un periodo di incommunicado dopo l'arresto di quattro giorni. Tali condizioni sono largamente riconosciute come propedeutiche alla tortura. Il Rapporto di AI del 1998 riferisce che "in molte parti del paese ci sono state diverse denunce ben documentate di tortura da parte di poliziotti e dei cosiddetti 'gendarmi' (soldati impiegati con compiti di polizia, soprattutto nelle zone rurali). Detenuti sia di sesso maschile sia femminile, compresi bambini e adolescenti, hanno spesso riferito episodi di violenza sessuale. Fra le vittime anche persone in prigione per reati comuni, così come persone arrestate in base alla legge antiterrorismo. Ci sono stati almeno sei prigionieri morti in seguito alla tortura".
Diritto d'asilo e pena di morte 16 febbraio 1999, giorno dell'imprigionamento di Ocalan in un carcere di massima sicurezza turco: in Italia la Camera dei Deputati chiede unanimemente che la Turchia lo processi con metodi democratici. Commenta Aluisi Tosolini: "Potevano pensarci prima: quando Ocalan era giunto in Italia (era novembre 1998) ed aveva presentato domanda di asilo politico. Che gli fosse cioè riconosciuto lo status di perseguitato politico da parte del potere politico turco che del popolo curdo sta facendo carne da macello". A Ocalan è stato negata dall'Italia sia la possibilità di asilo politico, sia quella di organizzare un processo per i presunti reati di cui sarebbe responsabile come capo del PKK, primo passo verso una conferenza internazionale. Tutti i paesi dell'UE interpellati si sono rifiutati di concedere ad Ocalan l'ingresso e la Germania, che ne avrebbe dovuto chiedere l'estradizione per un processo istruito a suo carico ha esplicitamente evitato di dar seguito al lavoro della sua magistratura. I legali di Ocalan hanno più volte ricordato, anche in quel periodo, come i tribunali turchi continuino ad infliggere condanne a morte.
Censure Scrive Jonathan C.Randal ne "I curdi":"Negli anni Sessanta la Turchia protestò con il presidente egiziano Nasser per le trasmissioni in lingua curda mandate in onda da una radio del Cairo. La voce degli arabi, che allora veniva avidamente ascoltata in tutto il medio oriente. Ma Nasser tagliò corto chiedendo al diplomatico che esponeva la protesta turca: 'Nel vostro paese ci sono forse dei curdi?' Quando gli fu assicurato che ufficialmente non ce n'erano, Nasser replicò: 'E allora di cosa vi lamentate?'". Analoghe proteste sono state reiterate dal governo turco nei confronti di governi europei, ultimo in ordine di tempo quello belga, confrontato con lo stesso paradosso: perché andrebbero censurati i mezzi di informazione curdi, se ufficialmente la Turchia nega dignità e rappresentatività (e quindi potenziale ascolto) alla lingua, alla cultura e alla popolazione curda?
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